Bairoletto era proprio un gaucho. Forse uno degli ultimi rimasti nel deserto di General Alvear, a Mendoza, Argentina. Ormai, i gauchos, erano esemplari in via d’estinzione, pezzi di musei autoctoni che era meglio dimenticare; in parte, perché rappresentavano una cultura facilista e buona a nulla di cui ci si vergognava; in parte, per dare il benvenuto ad una società basata sui pilastri dell’ordine e il progresso: proprio le due parole che avrebbero risolto tutti i problemi del Paese, almeno secondo i burocrati e la classe dirigente dell’epoca. Bairoletto era conosciuto come il pampeano, la tigre della Pampa e anche come Francisco Bravo. Almeno, così si spacciava nella zona di Alvear. Era un uomo fuori dal comune ma anche un fuorilegge di classe, un disonesto di quelli a cui daresti una stretta di mano solo per il fatto di aver esercitato un codice etico della rapina. I poveracci della società, quelli che non avevano proprio niente, manco un pezzo di pane per sopravvivere, lo chiamavano il Robin Hood dei poveri. Una leggenda che cresce perché raggruppa le due facce della moneta: quella di chi subisce la rapina in cui il delinquente non ha codici e usa la violenza a scopo gratuito solo per il piacere di farlo; e quella dei disgraziati che ricevono il dono del ladro, se effettivamente lo ricevono, e celebrano la sua lotta contro l’establishment.

Intanto, correva l’anno 1949. Bairoletto, ormai lontano dalle pallottole che più di una volta l’avevano sfiorato la pelle, e a volte anche la testa, viveva tranquillo nella campagna alvearense. Era circondato dalle Ande: un pezzo di deserto roccioso e secco, e la compagnia di un branco di capre da cui otteneva il latte e un po’ di formaggio per mangiare. Quel posto, d’estate, sembrava l’inferno: un caldo secco che poteva arrivare fino ai 42 gradi, e in più c’era una tale calma che si sentiva persino il sussurrare dei morti del cimitero vicino. Juan Bautista aveva 41 anni, era sposato con Telma Ceballos, di 21, e aveva due figlie: Elsa e Juana. Elsa era la più piccolina ma anche quella che somigliava di più a Juan. Aveva i capelli corti e si vestiva proprio come lui, come un maschietto, la versione lego di un piccolo gaucho, e giocava al ladro e il poliziotto con un revolver finto fatto di legno. Chissà se poi avrebbe seguito le orme del padre. Juana, invece, era la figlia maggiore. A Juan Bautista piaceva darle il latte di capra e pettinarla per la notte prima di andare al letto. Che dire… oltre ad essere stato un bravo criminale, era anche un padre amorevole con le sue figlie.

All’imbrunire, dopo aver messo le figlie a dormire, Juan si stava preparando per andare a prendere il suo cavallo che aveva lasciato nella baracca di Don Mateo.

–Non puoi aspettare a domani, Juan?-disse la moglie di Bairoletto.

— Ormai è tardi. E’ quasi buio e tu non stai bene. La tua salute…

–Non voglio che Mateo abbia dei problemi per colpa mia. Noi stiamo bene qui e dobbiamo continuare a vivere in tranquillità. Vedrai che tornerò presto. Non c’è niente di cui preoccuparsi. Vedrai che andrà tutto a posto–rispose Bairoletto.

Come a volte si suol dire, queste furono le ultime parole famose. Certe parole hanno una specie di energia che, quando sono dette o pronunciate, viene sprigionata attivando una serie di eventi difficili da controllare per la provvidenza, e quando qualcosa può andare storto, di sicuro sarà così. Telma rimase da sola. Sola con le figlie nella capanna e il forte silenzio dei morti in mezzo a quel deserto roccioso. Era una terra meravigliosa: enormi estensioni di pianura e terra fertile che però mettevano una tristezza infinita nell’anima e una calma schiacciante. Elsa si mise a ricordare quello che si diceva in giro di Juan, com’era nata la leggenda dietro l’uomo. Com’era ben voluto dai poveri perché, alla fine, Juan Bautista era un criminale onesto, di quelli bravi, e se qualcuno più disgraziato di lui aveva bisogno di una mano… perché negargliela?

Bairoletto era nato l’11 novembre 1894 nella località santafesina di Carlos Pellegrini. Era il quinto figlio del matrimonio tra Vittorio Bairoletto e Teresa Bondini, immigrati italiani, forse, di origine piemontese. Della sua infanzia e adolescenza si sa poco e niente. Quello che si sa è che quando Juan Bautista compie 25 anni, lui e la sua famiglia si trasferiscono alla località di Eduardo Castex, La Pampa. Era l’anno 1919. E ed è qui che la leggenda del ladro inizia a prendere forma.

Bairoletto era un grande frequentatore di bordelli. Amava ballare il tango, era una persona molto irreverente, aveva uno sguardo gelido ed era anche un grande donnaiolo. Misurava 1,68 di altezza, era biondo con gli occhi verdi e aveva 2 tatuaggi: uno era la figura di una donna, e l’altro era un triangolo dove, all’interno, c’era il numero 13 e le sue iniziali: J.B.B. Almeno così lo descrivono i rapporti della polizia locale. Nei bordelli inizia a conoscere le idee anarchiche che portavano con sé gli spagnoli emigrati. In particolare, il nostro ladro irreverente, fa amicizia con un basco chiamato Vicente Gascòn, alias il “Ñato”, che poi diventerà compagno di avventure e rapine varie; una amicizia che molti anni dopo costerà cara a Bairoletto.

In questo periodo, Juan Bautista non solo si fa un’idea di quello che sarà la sua ideologia politica dominante, ma conosce l’amore di una donna del bordello che solitamente frequentava. La donna in questione si chiamava Dora e, oltre ad avere Bairoletto come corteggiatore, grazie al suo mestiere di cortigiana, frequentava più di un maschietto che le rendeva gli omaggi della situazione.

Tra tutti questi maschi che frequentavano Dora, ce ne era uno col quale Juan Bautista non andava proprio d’accordo: il commissario Farach Elìas. E come succede in questi casi, il sentimento fra questi due uomini viaggiava su un binario reciproco di odio, finché un giorno, questo treno di sentimenti opposti tra i due uomini, finì per deragliare con uno scontro frontale. Il commissario Elìas, con un pretesto assurdo (almeno così riferiscono le voci popolari) lo portò in carcere dove lo picchiò e torturò per 2 giorni. Dopodiché, cacciò via Juan Bautista da Castex. Ma, per il nostro poliziotto vigliacco, la faccenda prese una piega inaspettata: una sera, Bairoletto, tornò a Castex e decise di aspettare Elìas all’uscita del bordello proprio per avere uno scambio di opinioni.

–Sai, Juancito… qui, a Castex, ci sono delle leggi da rispettare. Sei già finito una volta in carcere. Non ti son bastate le legnate che ti abbiamo dato l’ultima volta io e miei colleghi?

–Sai una cosa Farach… Ci sono diversi tipi di criminali e di poliziotti. Ci sono criminali spietati, proprio cattivi, che uccidono a sangue freddo… ma ci sono anche criminali onesti, che hanno un codice, una condotta. Invece, voi poliziotti, siete tutti la stessa merda: da soli non valete proprio un cazzo.

–E tu che razza di delinquente saresti? Quello onesto ma che puzza di merda?-disse Farach Elìas mentre si portava una mano verso la cintura per brandire la sua arma regolamentaria.

–Io sono uno onesto-rispose Bairoletto-ma anche un grande figlio di puttana.

Bairoletto, molto più veloce, tirò fuori il suo revolver. Era un 450 belga. Di solito, Juan Bautista, viaggiava sempre con 2 pistole, un coltello e un Winchester. La pallottola del revolver perforò il collo al commissario Farach. Si portò la mano sinistra alla gola tentando di prendere un po’ di fiato appoggiando le ginocchia a terra, come implorando il perdono del ladro, dopodiché, piombò sul pavimento, sempre perdendo sangue, per atterrare già morto. Dopo l’omicidio, Bairoletto era diventato ufficialmente un fuorilegge pericoloso, armato e ricercato. Dopo la morte del commissario, Juan Bautista non offrì resistenza. Si lasciò prendere dalla polizia e finì in galera e ci rimase per 2 anni, fino al 1921.

Quando uscì dal carcere, si ripromise che mai più si sarebbe lasciato prendere dalle forze dell’ordine. Il suo primo amore, Dora, finì nel dimenticatoio: ormai, era un ricordo doloroso e lontano che non valeva la pena inseguire. Era meglio focalizzarsi nel far crescere la leggenda. Era quella la strada segnata da percorrere: delinquere e scappare, senza lasciare tracce. Dall’anno 1930 in poi, a Juan Bautista Bairoletto vengono attribuite tutti gli omicidi e rapine nella località della Pampa e dintorni: il treno del Chaco deragliato per rubare 45.000 dollari; il sequestro e riscatto di Garbarini, Negroni e Berzon. Qualunque cosa succedesse, di sicuro, era colpa di Bairoletto. Non c’era bisogno di indagare ulteriormente: era così. Già, nell’anno 1936 lo vogliono vivo o morto. Intanto, la sua leggenda non fa altro che crescere, e cresce anche la sua capacità di rendersi “invisibile” e passare inosservato alle forze dell’ordine. L’aiuto che rendeva ai più bisognosi gli permetteva di avere il loro aiuto e per questo nessuno lo denunciava. Ecco perché era chiamato il Robin Hood dei poveri.

Telma Ceballos era convinta che Juan non era cattivo. Erano stati gli anni di carcere a renderlo così violento. Nei dintorni, Juan Bautista, alias Francisco Bravo, era molto ben voluto fra gli abitanti del villaggio. Era sempre disposto a dare una mano a chiunque ne avesse bisogno. E poi, la vita da malvivente, era il passato. Adesso bisognava guardare verso il futuro.

Telma Ceballos stava ancora aspettando il ritorno di Juan. Aveva una strana sensazione. L’aria era calda. Quasi irrespirabile. E le montagne erano troppo quiete. In quella zona silenziosa ed abbandonata ai sussurri, la notte si fa piena con le prime stelle che appaiono sul cielo, proprio come la luna. Fu allora che vide che Bairoletto stava tornando. Aveva fatto in fretta a tornare dalla casa di Mateo… ma… a proposito… dov’è era il suo destriero?

–Juan? Cosa succede? E il cavallo?

–Niente cavallo, Telma. Siamo nella merda. Gli sbirri stanno arrivando.

Juan e sua moglie entrarono in casa. Lui prese il suo winchester, il coltello e le due pistole, tra cui il 450 belga che Farach aveva conosciuto molto bene prima di morire dissanguato. Bisognava vendere cara la pelle. Ormai, erano circa 20 anni che i poliziotti lo cercavano. Il suo amico anarchico, il Ñato Gascón, compagno di avventure e bordelli, l’aveva tradito svelando il posto dove Bairoletto si nascondeva. L’anarchico del momento l’aveva venduto, e chissà per quale motivo. Se Bairoletto se la cavava di fronte ai poliziotti, gliela avrebbe fatta pagare.

La polizia arrivò in poco tempo. Juan Bautista era pronto a resistere. Le pallottole non si fecero pregare e cominciarono a fischiare, rompendo il silenzio dei morti e della notte. Telma e le figlie erano a terra, sotto il tavolo, e con le mani si coprivano la testa e piangevano dal terrore. Fuori, c’era una ventina di sbirri che non gli dava tregua.

–Dai, Bairoletto! Arrenditi! Facciamo fuori te e tutti quelli insieme a te!

–Se mi volete… venite a prendermi!-rispose Juan in modo collerico.

Dopo questo breve scambio di parole mentre qualche pallottola timida si schiantava contro le mura della capanna, la sparatoria continuò accesa per un bel po’. Bairoletto riuscì a ferire 5 agenti e ne uccise altri 2. Purtroppo, anche lui ricevette un proiettile fischiettante che finì per ferirlo al fegato. Non aveva più munizioni e quella ferita era abbastanza grave. Non sapeva quanto poteva resistere e stava perdendo molto sangue. E poi, gli rimaneva soltanto un colpo in canna: di sicuro poteva mandare un’altra guardia all’inferno se si avvicinava a sufficienza. Sua moglie e le sue figlie non smettevano di piangere, e avevano molta paura. Lui sapeva che se veniva catturato dalla polizia, la sua famiglia avrebbe sofferto parecchio. Non gli rimanevano troppe carte in mano. Doveva giocarsela a qualsiasi costo. Fu così che, di fronte a sua moglie e figlie, con l’ultimo colpo in canna decise di spararsi in testa. Gli agenti di polizia entrarono nella capanna di Bairoletto sfondando la porta con violenza. Nonostante avessero trovato il corpo inerme e senza vita per terra, gli scaricarono ancora una ventina di pallottole addosso. Con quel colpo in canna, Bairoletto riuscì a mantenere la sua promessa: mai più si sarebbe lasciato prendere dagli sbirri.

Andrés Farìas. Sono uno scarabocchio, un tentativo di persona che ha zoppicato con i suoi pensieri. Sono un fantasma: morto e vivo. Sono appena un disegno imperfetto…

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