Finalmente si era svegliato da un sonno tranquillo. Di fronte allo specchio, sulla sua faccia, poteva percepire la forma del lenzuolo sul volto e i caratteri di una poesia perduta e inconclusa, da qualche parte nella sua camera. Come al solito, il disordine faceva notare la sua presenza. Fogli riempiti di parole, fogli in bianco, matite, appunti, quaderni, libri, abbigliamento e scarpe rotte erano parte della decorazione permanente della sua camera. Però Leonardo, che aveva una barba cresciuta da molti giorni e minacciava di renderlo proprio un clochard ma con uno stile hipster, non si preoccupava per nessuna di queste cose. Decise di continuare a riposare a letto prima di riprendere la scrittura delle sue poesie inconcluse.

Lo sguardo di Leonardo era fisso su un angolino sul tetto. Lì, c’era un ragno che stava filando una fina rete e si era guadagnato il diritto ad avere il suo spazio all’interno della camera. Il suo “pezzetto di giardino” era una porzione del tetto, piccola, ma sufficiente per vivere e campare con quegli insetti sprovveduti che diventavano il pane quotidiano. Leonardo si chiedeva con quale degli otto occhi il ragno lo stava a fissare. Forse uno? Otto? Forse quattro e gli altri quattro restanti facevano attenzione agli insetti sulla rete? Oppure era un semplice ragno che voleva far paura ai fobici, muovendo lentamente le otto zampe pelose come un adagio sinfonico?

Dopo aver divagato per ore sulle diverse ipotesi aracnidi, Leonardo torna alle sue poesie. Le cercava da qualche parte sulla sua scrivania, piena di libri di letteratura e filosofía, tra cui un esemplare di poesia autunnale del XVII secolo appartenente al poeta e monaco maledetto Uqbar, ma anche conosciuto come Ooqbar da alcuni epistemologici della letteratura. In ogni caso, i libri servivano solo a apparentare un livello di cultura che era pura finzione. La radio emetteva una melodia sincopata appena udibile. Alla fine, il nostro Leonardo era riuscito a trovare i suoi scritti ma a tutti mancava la fine: quel verso maledetto che poteva essere una sentenza di morte oppure una dichiarazione d’amore e follia (alla fine, il poeta, s’ispira sempre a questi due esseri arroganti; la morte che va di qua e di là distribuendo orrore e giudicando con la falce, e l’amore che subisce la follia). Questo era il riflesso del suo fallimento come scrittore. I suoi maestri della letteratura, le sue ispirazioni, erano un sogno che viaggiava solo col biglietto d’andata. Leonardo non sarebbe mai riuscito a raggiungere i loro livelli di creatività e passione; adesso non erano altro che letture tediose e noiose.

Di nuovo, semi nudo, con le mutande rotte e la sua t-shirt piena di buchi, decise di tornare a letto a meditare sul fallimento della sua miserabile vita. La camera, nella sua testa, girava come una giostra fuori controllo. Le lancette dell’orologio sembravano ferme ma il continuo tic-tac era un martellare constante, un indizio che il tempo non era fermo. Leonardo vedeva come la sua amica di otto zampe era riuscita a finire la sua opera: tutta la sua rete estesa sull’angolino del tetto mentre un insetto sprovveduto veniva preso dalla ragnatela: ecco la prima vittima della serata. E la radio, ancora, con la sua ininterrotta melodia sincopata.

Fuori, una pioggia giocherellava tenuemente coi vetri sporchi della finestra. Leonardo, insieme al suo disordine, si sentiva come l’insetto kafkiano pronto a subire la metamorfosi, con la differenza che un piede gigante lo schiacciava come uno scarafaggio, frantumando la debole corazza, mentre le sue zampe si muovevano velocemente senza alcuna ragione. Pensava che la sua vita non valeva niente se il suo destino era quello di essere uno scrittore di poesie inconcluse. Ma anche il suo aspetto físico lasciava molto desiderare. Era meglio smettere di vivere in un mondo che non comprende agli artisti sempre dopo la loro morte. Forse era quella la soluzione: “il poeta morto e maledetto che scriveva odi inconcluse perché la sua insignificante ispirazione non gli permetteva di combinare nient’altro”.

Quindi, da un momento all’altro, e senza neanche meditare troppo, Leonardo aveva preso la sua decisione: aveva cominciato a scrivere come un dannato una poesia passando il dito sui vetri appannati della grande finestra della camera. Lui scriveva mentre l’acqua cadeva lentamente. Tutta la notte a scrivere fino all’esaurimento. Dopo un po’, si era reso conto che era riuscito a finire una poesia con un finale degno di nota. La sua prima opera conclusa, con un finale invidiabile. Così, nudo com’era, con le mutande rotte, camminando fra libri e appunti finiti per terra, era fuori di sé dalla gioia. Ma purtroppo, non appena il lavoro fu terminato, quello che aveva scritto cominciò a svanire dovuto a causa del calore della stanza. Sciolta l’acqua, sono rimaste solo le impronte delle dita sul vetro della finestra. Dopo l’accaduto, Leonardo aveva deciso di prendere, di nuovo, una decisione ma una scelta più drastica: un cocktail di pillole dei più svariati colori. Leonardo è stato trovato con gli occhi semi aperti e avevano un brillo opaco. Aveva lasciato il mondo dei vivi e iniziava un nuovo viaggio per ritrovarsi con le vecchie glorie della letteratura. Chissà se il vecchio monaco Uqbar lo aspettava da qualche parte del suo pellegrinaggio. Solo il ragno dondolava placidamente tra la sua ragnatela mentre una melodia sincopata, di nuovo, suonava alla radio.

Andrés Farìas. Sono uno scarabocchio, un tentativo di persona che ha zoppicato con i suoi pensieri. Sono un fantasma: morto e vivo. Sono appena un disegno imperfetto…

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