Era una giornata importante. Non mi ricordo né la data né il giorno. Ma mi ricordo che è stata una gioranta importante ed impegnativa. Era il mese di settembre del 2007. La primavera spuntava con violenza: giornate belle piene di caldo e il sole che allungava i suoi raggi fino alle 21 di sera. Anche l’allergia si allungava fino alle 21 di sera. Che spettacolo! Erano le 8:00 del mattino. Stavo finendo la collazione e mi preparavo per andare al giornale e poi da lì al tribunale. Ormai, era quasi un anno che mi occupavo della rubrica di cronaca nera della provincia: incidenti stradali, rapine, omicidi, violenze, abuso di minori, corruzione, e poi ancora rapine e omicidi e omicidi e rapine. Diciamo che queste due erano come i due piloti di formula uno Alonso e Hamilton: erano sempre in pole position. Ricordo ancora nel lontano 2006 quando volevo scrivere di teatro, cinema, letteratura e musica. Mi ero proprio specializzato in giornalismo di spettacolo e cultura con tanta fatica e studio finché un giorno arriva il caporedattore e mi disse: <<Andrés: oggi Otamendi non cè. E’ in ferie. Adesso usa la magia della letteratura e tutte quelle robe lì che hai imparato perché ti tocca fare cronaca nera. Mi raccomando, eh? Vola alto ma senza esagerare>> Quindi, è stato così che iniziai a fare cronaca, quella nera. Con una penna, era una bic, e un blocco di note sono partito alla ricerca delle notizie che leggono solo gli anziani e i morbosi.

Fino a quella mattina di primavera del 2007 la cui data non ricordo, o forse non voglio ricordare, pensavo di aver visto tutto su questo settore. Pensavo che la stupidità umana, l’alto potenziale di autodistruzione che abbiamo noi umani, avesse raggiunto il suo limite. Andare oltre signficava proprio diventare una squadra di serie C, un B movie, un atterraggio di emergenza senza il pilota. Avevo visto la corruzione in faccia su tutti i livelli. E credetemi che quando vi dico tutti i livelli, sono proprio tutti. Vi faccio qualche esempio:

1. Ricordo una volta come un sindaco, corrotto fino all’osso, aveva coperto due suoi dipendenti che, da 2 anni vivevano in Spagna ma percepivano comunque uno stipendio a testa da parte del comune provinciale. Ah… ho già detto che questi colletti bianchi erano marito e moglie? Situazione bizzarra direi. Dopo una settimana di ricerche, ero riuscito a fare un bell’articolo, peccato che però la censura, prima gentilmente e poi con una dose di minaccia, riuscì a bloccare la stampa.

2. Un’altra volta, dovevo scrivere un pezzo su un adolescente tra i 12 e 13 anni che finì ucciso gratuitamente dalle forze dell’ordine per aver rubato il carbone da un treno. Purtroppo, sempre in questi casi, hai a che fare sempre con le 2 facce della moneta, ed entrambe le facce sono molto brutte. Una verità diceva che il treno, nella zona dov’è stato ucciso il ragazzo, rallentava appositamente la velocità per permettere alle persone di prendere gli avanzi del carbone per scaldarsi nelle notti d’inverno. Possiamo immaginare che sono persone povere o a rischio. L’altra verità, invece, era quella in cui il treno era stato assalito da queste persone per rubare il carbone e la polizia, non riuscendo a gestire la folla, ha cominciato a sparare e così una pallottola ha colpito questo ragazzino. Volete sapere quall’era la verità del giornale? Ecco le parole testuali del caporedattore: <<Forse tu non hai colto la situazione. Non ci interessa né una versione né l’altra. Quello che tu devi scrivere è quanti soldi perdono le aziende del carbone per colpa di questi furti. Tutto qui. Non è un trattato di semiotica>> Già. Non è un trattato di semiotica anche se quasi quasi lo preferivo. Che cosa sa ho risposto? Beh… intanto credo che la mia faccia di poker sia stata più che sufficiente a far capire quanto ero disagio a fare una cosa del genere. <<Vediamo se ho capito bene. Voi volete che io scriva quanto perdono le aziende del carbone per colpa di queste rapine senza consultare le diverse fonti coinvolte in questo caso? Allora… io dico che possiamo farlo ma comunque dobbiamo dare voci agli attori coinvolti in questa facenda. Ormai, tutti i media ne parlano tranne noi>> Per fortuna, grazie alla mia faccia di poker e coscienza morale, il caporedattore decise di dare l’incarico ad un altro.

3. Un caso di grilletto facile. Anche questa è stata una gatta da pelare. Un ragazzino di 14 anni chiamato Johnatan Oro era stato ucciso da un agente, pare, in modo gratuito. La versione della polizia diceva che il ragazzo li prendeva speso in giro finché un giorno, questo ragazzo, preso da un raptus di follia violenta, decise di irrompere nel commissariato regalando colpi di pistola a destra e sinistra, senza però uccidere nessun agente. O non sapeva sparare o la sua mira lasciava molto a desiderare. Ovviamente, i poliziotti, di fronte a questa agressione, risposero al fuoco nemico colpendo il ragazzino. A questo punto, sembrava che il caso fosse chiuso. Però, la scientifica, scopre che c’è qualcosa che non va. Ed ecco una nuova versione dei fatti: la domanda da un milione di dollari era questa: come mai, il giovane Johnatan, aveva con sé delle pallottole di un calibro diverso dalla pistola utilizzata nell’aggressione contro le forze dell’ordine? Era evidente che la scena del crimine era stata manomessa e il ragazzino, probabilmente, scambiato per un altro. Ovviamente, questa informazione era una svolta. E poi era stata confermata da un agente della scientifica. Volete vedere che anche qua la censura farà la sua comparsa? Se non è la censura, sarà il caporedattore: <<Guarda Andrés: questi poveracci sono la rovina di questa società. Noi siamo un giornale di destra. Questi qua vanno ammazzati. Il fuoco dell’articolo deve essere sul poliziotto che si è difeso>> Già, pensavo fra me e me. Io cominciavo a chiedermi se il mio caporedattore fosse una specie di potenziale Truman Capote del giornalismo locale oppure un abile palleggiatore della cronaca che aspirava al pallone d’oro del giornalismo. Per fortuna, stavolta, sono riuscito a dribblare la censura ma le conseguenze della pubblicazione di questo articolo furono devastanti, almeno per me.

Fino a quella mattina di privavera del 2007 il cui giorno sfugge alla mia memoria, pensavo di aver visto tutto quello che c’è da vedere sulla cronaca nera. La specie umana non può scendere ancora più basso. Ed invece mi sbagliavo. Quel giorno dovevo cominciare a preparare i primi pezzi su un omicidio molto curioso. All’interno della prigione, un uomo sulla quarantina di cognome Salinas era stato ucciso dai suoi compagni. Per la cronaca, è stato proprio squartato da almeno una decina dei suoi compagni di cella e in più, dicono che abbiano giocato a palla con la sua testa. Se questo non è toccare il fondo come società, poco ci manca. Questa era una situazione difficile e piena di irregolarità, come sempre accade in queste situazioni. Piano piano, ho scoperto che Salinas aveva il coeficiente di un ragazzino di 10 anni, era buono come il pane e al momento della sua morte, conviveva in un settore di sicurezza media, insieme a prigionieri che hanno già un master in violenza e rapine. Io mi domandavo, come mai un ragazzo cone queste caratteristiche, senza mai aver avuto dei carichi pendenti e col coeficiente intellettuale di un bambino di 10 anni, finisce con una condanna del genere? Anzi, come mai all’interno di una prigione, squartano un essere umano senza che nessuno se ne accorga?

Una volta arrivato nel tribunale, provo a parlare coi genitori, gente molto umille, e scopro che del giudice che aveva emesso la condanna, non ci sono tracce. <<Bene!>>, mi dico a me stesso. Inizia proprio bene questa nuova avventura. Non credo che un film horror possa battere questa storia. Nel frattempo, vedo un operativo delle forze dell’ordine da paura. Guardo l’orologio e vedo che il dibattito per l’omicidio sta per cominciare. Nel corridoio stanno arrivando gli imputati e sono in 10. Entrano nella sala insieme a 10 agenti del penitenziario, tutti disarmati. Poi, è il turno delle forze speciali: 6 agenti del viso coperto armati fino ai denti. Ognuno ha in dotazione una mitragliatrice FAL, una pistola 9 milimmetro a destra, un coltello da sopravvivenza come quello che usava Stallone nel film Rambo e un revolver calibro 38 Smith & Wesson. Fuori dall’aula, c’erano altri sei poliziotti in divisa antisommossa. Giusto per far vedere che c’era anche la cavalleria fuori dall’aula nel caso ci fosse stato il bisogno. Ormai, se qualcosa andava storto, coi 6 Rambo all’interno dell’aula eravamo spacciati. Poi, una volta tutti sistemati all’interno, era arrivato il momento di far entrare la stampa, cioè io ed altri colleghi. Facendo cronaca nera, non avevo mai avuto paura, ed ero abituato a ricevere sempre qualche minaccia isolata. Ma quel momento era diverso. Sentivo la paura per la prima volta. Questi 10 ragazzi non avevano niente da perdere. Avevo capito che erano già condannati in partenza.

Andrés Farìas. Sono uno scarabocchio, un tentativo di persona che ha zoppicato con i suoi pensieri. Sono un fantasma: morto e vivo. Sono appena un disegno imperfetto…

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